Dopo aver parlato delle caratteristiche dei Non-Fungible Token nella prima parte di questo articolo, la seconda parte è dedicata a qualche riflessione su come questa nuova forma di collezionismo può incidere sul prossimo futuro della fotografia. Dato che si tratta di un fenomeno nuovo e in fase di assestamento gli sviluppi potranno riservare sorprese; qualche considerazione sulle sue implicazioni nel modo di vedere e di vendere la fotografia si può già azzardare. Se non altro se ne può trarre qualche spunto per riflettere su cosa sia oggi la fotografia. 

Per dare un ordine all’analisi, pur sapendo che le considerazioni relative alle varie figure si sovrappongono, parlerò separatamente dei tre attori coinvolti: il collezionista, l’autore e, ovviamente la fotografia. Partiamo proprio da quest’ultima.

La fotografia (e la Fotografia)

Come si può dedurre da quanto visto nella prima parte, per la fotografia (vale a dire per l’esemplare “concreto”, e quindi il file digitale) non cambia nulla. Il jpeg, il png, il tiff o qualsiasi altro file digitale resta lo stesso una volta caricato sulla blockchain. Dopo il drop (termine che il dica la creazione di un contenuto sulla blockchain) il file è identico ad ogni sua altra copia. Nessuna speranza quindi di poterlo distinguere da eventuali repliche.

Per la Fotografia (quindi per il concetto di fotografia e per i suoi portati sociali ed economici) l’evoluzione del suo statuto e della sua collocazione nelle dinamiche sociali e culturali del nostro tempo è in gran parte legata agli effetti che gli NFT avranno sugli autori e sui collezionisti; considerando la sola Fotografia “per sé”, l’elemento più significativo è probabilmente legato ad una nuova considerazione per la sua natura digitale, che la accomuna alle forme d’ arte e comunicazione contemporanee (video e grafica) per le quali gli NFT rappresentano i principali ambiti di applicazione. 

Magari un’occasione per guardare più da vicino quali opportunità offra il paradigma digitale e quali spunti di novità possa portare, invece di continuare a considerarlo in buona parte un barbarismo della “vera fotografia”.

Il Collezionista 

I fattori che spingono a realizzare una collezione sono in genere di due tipi, non di rado compresenti: il piacere di possedere oggetti che interessano e piacciono a chi li colleziona e  l’orgoglio di avere nella propria disponibilità oggetti che si sa essere di interesse per altri. 

Questa seconda motivazione è all’origine dell’aspetto speculativo del collezionismo, che, in questa fase di esplosione di interesse per il mondo degli NFT rappresenta un elemento che spinge molti ad acquistare token nella speranza di rivenderli a prezzi elevati. Fino a che la bolla speculativa non esploderà questo fattore avrà una incidenza rilevante nel motivare dei collezionisti, e quindi autori, ad entrare nel mondo della blockchain.

Riguardo al primo incentivo al collezionismo – l’interesse per l’oggetto – va detto che giudicata secondi i canoni consueti, la figura del collezionista di token può apparire confusa in alcuni tratti. Come si è detto la tecnologia della blockchain permette in sostanza di effettuare una distinzione, che nel caso del collezionismo “fisico” tradizionale ha poco senso: quella tra il proprietario  di un’opera (unico o in numero limitato e controllabile)1 e i suoi possessori in numero che la tecnologia non permette di definire. Gli NFT sono certificati non duplicabili che attestano la proprietà di oggetti duplicabili

Se ne può ricavare che al collezionista tipo di opere digitali non interessa se altri posseggono copie identiche dell’opera di cui egli è proprietario, status che egli ha raggiunto attraverso il pagamento di una somma in denaro. Da un punto di vista tradizionale si tratta di una condizione singolare: si può capire che al proprietario di una tela di Picasso possa anche far piacere che altri abbiano in casa riproduzioni fotolitografiche della stessa opera: il suo orgoglio di possedere l’unico esemplare originale dell’opera che altri ammirano può far parte delle sue motivazioni ad acquisirla. Ma questo piacere si fonda sul fatto che le riproduzioni non sono mai esattamente identiche all’originale, cosa non vera nel caso di un’opera digitale. 

Ma, come si è detto, questo è un punto di vista tradizionale. E forse il collezionista di NFT non è pienamente descrivibile da questa posizione. Si tratta innanzitutto di persone appartenenti a generazioni relativamente recenti, a loro agio con i paradigmi della comunicazione digitale; probabilmente per loro un artefatto digitale risulta meno “impalpabile” di quanto lo sia per i loro genitori. E anche il loro rapporto con il concetto di  esclusività può essere differente e inedito, dato che sono  cresciuti con un’idea di “condivisione dei contenuti” molto diversa da quella del secolo precedente. Del resto è vero che il “proprietario” non è in grado di sapere quanti siano i “possessori” della sua opera, ma è anche vero che condividere un’immagine digitale attraverso una copia non è la stessa cosa che condividere altri beni logorabili, come un’automobile o un gelato. In questi ultimi casi l’uso condiviso provoca un deperimento del bene, cosa che non accade per i file di immagini digitali. 

La questione da affrontare è se gli autori – i grandi e piccoli professionisti che costituiscono i creatori di offerta nel “sistema” della fotografia tradizionale – sono pronti per supportare questo nuovo modello, magari integrandolo con quello tradizionale basato in sostanza sulla stampa fisica e sulla cessione temporanea dei diritti.

Ma prima di parlare degli autori, un’ulteriore dimensione va tenuta in conto a proposito dei collezionismo digitale: il mecenatismo. Diventare il proprietario di un’opera – non solo digitale – di un autore contemporaneo significa condividerne il progetto e sostenerne la ricerca. Comprare un token significa anche entrare a far parte di coloro che non solo sono proprietari di un’opera, ma che ne hanno reso possibile la realizzazione. Perché questo fattore divenga una motivazione valida occorre che l’autore sviluppi e dimostri un’attenzione verso i propri collezionisti, ad esempio invitandoli a visite esclusive alle mostre delle proprie opere e – forse meglio – preparando per loro contenuti digitali esclusivi come ad esempio video di backstage e interviste sulle motivazioni e gli approcci alle sue produzioni. Un aspetto che non sempre gli autori – specie i fotografi – curano a sufficienza e che forse potrebbe promuovere anche uno sviluppo del collezionismo “classico”.

L’Autore

Probabilmente una delle maggiori aspettative che i fotografi ripongono nella tecnologia NFT è il suo utilizzo come strumento di controllo della diffusione del loro lavoro in formato digitale. In fondo all’articolo ho aggiunto il riferimento a qualche video in rete nel quale si percepisce questo tipo di interesse. Da quanto si è detto fin qui una tale speranza è destinata ad essere delusa; per come oggi è intesa la tecnologia NFT non prevede in maniera nativa il blocco delle repliche del file digitale, che non fa fisicamente parte del token. 

Ma in realtà c’è da chiedersi se questo è realmente quello che i fotografi professionisti vogliono. Se il file sottoposto a minting fosse non duplicabile o se la appetibilità del token risiedesse nella impossibilità di duplicare il file, e quindi nella sua esclusività,  gli autori dovrebbero in prima persona adoperarsi per non far circolare repliche digitali dell’immagine, pena la perdita di interesse e quindi di valore della copia sulla blockchain. Ma il blocco della circolazione di copie danneggerebbe per primo lo stesso autore, dato che non potrebbe in pratica godere dei diritti di cui si riserva la proprietà anche dopo il drop dell’immagine sulla blockchain, poiché ogni replica rischierebbe di pregiudicare l’interesse che le sue opere potrebbero suscitare nei collezionisti digitali se essi fossero, appunto, sensibili alla scarsità dell’opera, oltre che a quella del token.

C’è poi da dire che i primi a contare sulla indifferenza del pubblico per la disponibilità sul mercato del collezionismo di un notevole numero di copie delle loro immagini sono i fotografi stessi, che tipicamente vendono le loro fotografie in edizioni diverse – normali e fine-art, tirature in  dimensioni diverse, tirature libere, firmate, limitate e firmate. Una proliferazione di edizioni su cui varrà la pena di riflettere in futuro. Per il momento si può rilevare che il  collezionista fotografico “tipo” disegnato dal modello classico è più interessato alla esclusività dell’edizione che non dell’immagine. Essere disposti a pagare di più un’edizione limitata e firmata rispetto ad una libera della stessa foto è significa mettere in campo motivazioni in fondo molto simili a quelle che spingono il collezionista di NFT

L’evoluzione più probabile porterà a considerare la blockchain come un’altra modalità di distribuzione del lavoro di un autore. Una sorta di ulteriore edizione a tiratura necessariamente limitata.  L’indifferenza al possesso esclusivo da parte del collezionista di NFT si riferisce infatti al file, non al certificato digitale, che resta il principale oggetto di valore del modello. Effettuare il drop in piattaforma della stessa foto con NFT diversi sarebbe una violazione del paradigma che il collezionista per come lo abbiamo disegnato potrebbe non essere disposto a tollerare. Qualche indicazione in merito si può leggere in questo articolo. 

Un discorso diverso vale per gli NFT collegati a riproduzioni fisiche (quindi a stampe) della stessa opera. In quel caso il token riguarda un oggetto fisico che è scambiato su canali fisici esterni alla blockchain e che può contenere (ad esempio con un timbro) l’identificativo del token che ne garantisce l’unicità. In questo caso gli NFT saranno tanti quante sono le copie che formano la tiratura.

Conclusioni

In chiusura una considerazione che nasce da una inversione del quesito sotteso a questo articolo: non tanto quindi cosa gli NFT significheranno per la fotografia ma cosa la fotografia vorrà dire per il mondo degli NFT. Non è scontato, infatti, che la fotografia resterà tra i generi presenti sulla blockchain quando il fenomeno si sarà assestato e la bolla speculativa si sgonfierà. O  magari quella che si stabilirà sul criptoverso sarà una fotografia diversa, con la componente digitale ancora più in evidenza; il dibattito su temi quali la post produzione si potrebbe sviluppare su basi diverse da quelle attuali, che ormai mostrano segni di logoramento. Difficile dire quanto un mondo che non ha ancora fatto i conti con le trasformazioni tecniche degli ultimi vent’anni potrà sentirsi a proprio agio con un mondo, quello dei bit, che molti dei fotografi attivi dal secolo scorso non sente ancora come proprio e non riesce a governare. Potrebbe essere la volta buona di vivere il presente non più come una parziale corruzione del passato, un approccio che c’è da chiedersi quanto sia nelle corde di una disciplina nata sotto il segno della sperimentazione e della ricerca di nuove forme espressive.

  1. nella definizione di un NFT è in effetti possibile definire, mediante una serie di proprietà raccolte in un oggetto chiamato “smart contract” caratteristiche quali il numero di copie che si intende distribuire dello NFT a cui il contratto è collegato.[]

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