Se non avessi il sospetto di ricorrere ad un aggettivo precocemente consumato dall’abuso, potrei definire “necessaria” la mostra di Don McCullin che ho recentemente visto al Palazzo delle Esposizioni di Roma, e che resterà visitabile fino al 28 gennaio del 2024.

Credo lo sia per due motivi: il primo è che in giorni come quelli che ci sta toccando in sorte di vivere (ammesso che siano diversi da quelli passati) è importante trovare un’occasione per rifocalizzare il nostro sguardo sul dolore del mondo, sulle guerre e sulle devastazioni che esse configgono nei corpi e nei cuori, e su come questi orrori siano capaci di condizionare un’intera esistenza.
E quanto gli incubi della ragione abbiamo impressionato non solo le pellicole, ma l’anima stessa di McCullin, lo capiamo proprio dalle immagini prodotte dopo che egli, per usare una sua stessa espressione, si “autocondannò alla pace”.

Paesaggi tetri, angosciosi, in un bianco e nero scolpito i dove i boschi accolgono ombre profonde sotto cieli che ridanno significato alla parola “drammatico” tanto stucchevolmente abusata nei tutorial fotografici in rete. Il senso di minaccia, di pericolo latente che opprimono le sue rese del paesaggio scozzese esprimono il suono di un’eco inestinguibile della violenza vista e documentata nelle trincee e tra le barricate di mezzo mondo nella realtà a due passi da casa.

Il secondo motivo di interesse è in realtà legato al primo, al punto di esserne quasi un corollario: anche nel tempo delle “immagini furiose” (per parafrasare Fontcuberta), le fotografie di McCullin hanno una forza, una eloquenza potente e disperata che le stacca dai flussi ininterrotti ed anestetici di sofferenze rappresentate che anche in questi giorni arrivano in tutte le nostre case. Insomma, si guardano queste fotografie e si pensa che il lavoro del vero reporter è ancora qualcosa di prezioso e non sostituibile (anche se la prassi dell’”embedding” ne ha da tempo fiaccato l’autorevolezza) nell’epoca delle immagini un “poco al chilo”.

E di quanto sia incombente questa anestesia ne ho avuto conferma già prima di lasciare l’esposizione; mi ero accomodato su uno dei rigidi sofà dello spazio ottagono al piano terra del Palazzo, quello che ospita la mostra, per rifiatare un attimo e decidere se e cosa rivedere un’ultima volta. A qualche passo da me due amiche di mezza età si sono incontrate, salutate e hanno scambiato qualche impressione sulla mostra. Come ormai è normale nelle gallerie e nei musei, soprattutto in caso di mostre di fotografia, il loro livello di voce era normale, così che ho potuto seguire il loro dialogo.


“Hai visto la mostra? Bella vero?”
“Sì, bella, ma anche pesante! Tutte queste immagini di guerra!”
“L’ho pensato anche io. Dopo quelle che siamo costrette a vedere ogni giorno… ”
“Infatti. È troppo. Si sente il bisogno di staccare un po’”
“Certo. Troppa sofferenza, c’è da starci male”
“Ma poi, noi che ci possiamo fare?”

Confesso che a questo punto ho smesso di ascoltare. È possibile che sia già troppo tardi; la sostituzione della realtà con la sua rappresentazione forse è già avvenuta e neppure le straordinarie immagini di McCullin possono rompere il torpido incantesimo che ci spinge a credere che basti sfiorare il dito sullo schermo e tutte le sofferenze spariscano sostituite dal balletto della influencer di stagione. Mentre ciò che sparisce siamo solo noi e la nostra facoltà di indignarci. Ed è forse è anche per questo che, in questo mondo zuppo di libertà, una delle poche, forse l’unica, che sentiamo al di fuori della nostra portata è proprio la possibilità di cambiarlo.

Chissà se McCullin ci ha creduto; e chissà se ci crede ancora.

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