
Beh, questa volta non si potrà certo dire che le opere in mostra avrebbe potuto farle anche nostro nipote di sei anni durante l’ora di Arte e Immagine in prima elementare. Con il loro vertiginoso iperrealismo, con la loro espressività diretta e vagamente disturbante le ceramiche di Bertozzi e Casoni sono quanto di più contemporaneo si possa immaginare; proprio per questo la raffinatezza e la sapienza della loro fattura creano alla fruizione uno stato di vago disorientamento. A maggior ragione quando l’esposizione è organizzata in una sede come quella del palazzo Bagatti-Valsecchi a Milano, casa-museo arredata con gusto neorinascimentale a partire dall’ultimo quarto del secolo XIX e mantenuta ancora intatta dalla Fondazione omonima.
Un ambiente che le boiserie, gli arredamenti e i dipinti, quasi tutti di arte sacra del XV e XVI secolo, rendono cariche di un’atmosfera ominosa, lievemente tetra. Difficile ricavare un’impressione diversa dai teschi poggiati sui comodini delle stanze da letto di Giuseppe e Fausto, uno in avorio del Settecento e l’altro in rame e ottone dorato con un quadrante di orologio piantato nell’osso frontale, a ricordare da oltre mezzo secolo che il tempo degli uomini e delle cose è finito.
Insomma tutta la casa oggi appare come un gigantesco memento mori in cui l’età degli oggetti si sposa ai loro contenuti confessionali e temporali per ricordarci che il tempo passa e il suo passaggio, anche se lento, è implacabile.
Ed è qui che le ceramiche di Bertozzi e Casoni si sono installate dal 18 settembre 2026 e vi rimarranno fino al 25 ottobre. Una cinquantina di “Eterne e fragili presenze” – come recita il titolo della mostra – che hanno temporaneamente scalzato le suppellettili che arredavano tavoli, console e commode, hanno preso possesso delle bocche dei camini e si sono messe a dialogare in maniera appropriata quanto irriverente con l’allestimento preesistente in un’operazione che più site-specific non si poteva. Ad esempio sul comodino della Camera Rossa, dall’altra parte del teschio-orologio, un altro cranio in bilico su dei piatti impilati stringe nella mandibola quella che sembra una lattina di the indiano semi stritolata, appoggiato su una pila elettrica e su una “trombetta dei morti”, un fungo violaceo che scommetterei non essere stato scelto a caso.
I resti dei pasti consumati e accatastati in uno stato di abbandono nel quale gli avanzi si deteriorano e marciscono rappresentano uno degli elementi ricorrenti nell’allestimento; un altro sono le zolle, un chiaro rimando al capolavoro di Dürer rispetto al quale gli esemplari di Bertozzi e Casoni mostrano anche carotaggi del terreno sottostante, che si rivela ingombro di rifiuti, insetti resti umani e animali; un esempio di naturalismo distopico al quale dovremmo pensare ogni volta che fissando un’aiuola pensiamo alla “natura”.
E poi i fiori appassiti, le teste di animali sacrificati, le borsette, le matrici di armadietti del tipo di quelli che una volta erano in ogni stanza da bagno. E i libri, quelli che sorreggono un vecchio giradischi a valigia e quelli che il teschio di Pinocchio infilza nel suo naso acuminato tenendo a contatto forzato saggi esoterici, pubblicistica confessionale, manuali di astrologia, letteratura erotica. Per ognuno di questi oggetti c’è un messaggio da decifrare una corrispondenza da cercare: perché tanti Pinocchio raffigurati in volumi, fumetti, decoupage, adesivi? Che forse anche i puntali da albero di natale che troviamo appoggiati su qualche vassoio da colazione sono un rimando al burattino? E perché ritroviamo in una borsetta lo stesso delfino di plastica – che mi ricorda una pistola ad acqua che molti di quelli della mia generazione avevano da bambini – che era in uno degli armadietti di plastica? E che dire della Brillo Box che fa da cuccia e tappeto a un cane?
Il gioco promette di non finire mai, anche perché le stesse opere si prestano con la loro peculiare, complessa e delicata matericità a fornire ulteriori e forse involontari (ma chi può dirlo?) livelli alla messa in abisso di rimandi. Come capita all’opera Vassoio del 2005, un piccolo cabaret con un cranio che fa capolino da sotto una tovaglietta sulla quale ci sono avanzi di uno spuntino e un cono appoggiato da cui si spande un gelato alla vaniglia, ormai sciolto. Proprio al centro della crema una filatura attraversa la superficie, ricordandoci che quello che stiamo vedendo è un’illusione, un inganno e che questo stesso inganno che parla della vanità delle cose del mondo finisce per mostrare anch’esso le fragilità e le rughe che solcano la sua bellezza.
Un gioco a cui partecipa anche il pubblico; o almeno lo ha fatto il sapido visitatore che ha lasciato una bustina di una di quelle caramelle frizzanti tra i rifiuti su un piatto di una delle opere; solo l’occhio attento all’insieme cromatico ha permesso ad una visitatrice di accorgersi dell’indebita aggiunta, per altro in pieno tenore con il florilegio di bustine di the, gusci di arachidi tazzine rovesciate, mozziconi di sigaretta che affollavano la scultura.
Insomma ogni sguardo in questa visita è una nutriente sorpresa, anche se una delle gentilissime signore che custodiscono il museo a mezza bocca ha confessato di ritenere un oltraggio questa irriguardosa intrusione della contemporaneità nel santuario neorinascimentale di casa Bagatti-Valsecchi. Chissà se l’onusto mobilio e la ponderosa albagia della casa abbiano considerato allo stesso modo i loro impertinenti ospiti.
Bertozzi & Casoni
Eterne e Fragili Presenze
Dal 18/09/2026 al 25/10/2026
Museo Bagatti-Valsecchi, via del Gesù 5, Milano














Immagini dalla pagina Facebook del Museo Bagatti-Valsecchi e dal sito Finestre sull’Arte