
Le immagini sanno parlare. Secondo il luogo comune ognuna di esse conosce almeno mille parole. Magari noi esseri umani non riusciamo sempre a decifrarle tutte, ma questo non sembra zittirle. Anche perché una delle loro occupazioni più assidue è proprio quella di parlare con altre immagini. Ogni dipinto, disegno, fotogramma, anche quelli che provengono in maniera sorgiva dalla realtà – o da quella sua porzione che ognuno di noi si porta dentro e che chiamiamo immaginazione – all’atto stesso del concepimento e della produzione si inserisce all’interno di una rete dinamica, pluridimensionale e multiconnessa che lo lega alle immagini a cui si ispira e a quelle che a sua volta contribuisce a generare. E attraverso ogni relazione scorre una conversazione.
E spesso, proprio come nelle conversazioni, quello che conta, ciò che stimola la discussione sono le differenze che ogni esemplare presenta rispetto al proprio modello. Credo di poter ipotizzare che a chiunque abbia in mente Il Quarto Stato, di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un rapido sguardo a questo scatto di Massimo Bartolini basti per richiamare alla memoria l’illustre antenato. E se, nonostante le analogie e il titolo, il riferimento sfuggisse a chi guarda, a fissarlo ci pensa la didascalia che si legge nella pagina dedicata all’opera sul sito della collezione di Giuseppe Iannaccone, ripresa anche nella didascalia che accompagna una delle sue quattro repliche esposta fino a fine settembre 2026 nella mostra “Tragicomica” al MAXXI di Roma.
E com’è naturale la descrizione si concentra su ciò che distingue le due opere, ed è interessante notare come siano proprio le differenze ad assumere di per sé un significato. Il sito le risolve in chiave di un riaffermato legame tra uomo e ambiente naturale, che porta a rifiutare gli “estremismi del progresso” – a cui le folle di Pellizza da Volpedo sembravano voler andare incontro con la loro marcia – e rimanere ancorati alla terra a cui si sentono di appartenere e a cui regalano la loro immobilità. E il riferimento a questa simbiosi si ritrova anche nella sostituzione della massa infinita di persone raffigurate nel dipinto con una fila di alberi che chiude sullo sfondo uno spazio deserto. Sembra insomma che nella profondità che sviluppa lo scatto si consumi una metamorfosi simile a quella che Ovidio mette in scena nella fuga di Dafne.
È un’interpretazione che tiene? È questo che l’immagine di Bartolini replica a quella di Pellizza da Volpedo. Chiunque si trovi a contatto con una lettura è ovviamente chiamato a condividerla e ad argomentarne gli splendori e i passaggi in ombra. Che in questo caso per chi scrive sono la maggioranza. A un atteggiamento come quello espresso in questa lettura critica dovrebbe corrispondere un atteggiamento fiero, consapevole, che monumentalizzi questa immobilità. E invece sia la postura sia le espressioni sono niente più che neutre, e nei due personaggi maschili in primo piano si fanno anche dimesse. Sono figure che più che stare piantate nel terreno sembrano affondarvi, esauste al punto da aver abbandonato ogni sforzo per proseguire la marcia in cui l’immagine precedente li aveva colti, che era un tragitto verso il futuro, sì, ma un tempo in cui le rivendicazioni delle moltitudini trovassero accoglienza, un avvenire in cui le condizioni di vita fossero meno grame e più ricche di possibilità. Nulla nella tela di Pellizza da Volpedo parlava di voglia di allontanarsi dalla natura – una dialettica che negli anni in cui il pittore pose la tela sul cavalletto era ancora in fase aurorale. E nulla in questa fotografia mi pare racconti di un pacificato ritorno all’immobilità della condizione delle masse al lavoro dei campi.
Così come pure l’evaporazione delle falangi di persone nel passaggio dalla tela alla stampa non mi pare possa essere risolta nell’equivalenza – anch’essa un tantino distopica – tra esseri umani e alberi. Qui è l’assenza delle masse in sé, che ha un senso amaro: sparite dalla rappresentazione perché irrappresentabili. Lo erano forse anche all’alba del ventesimo secolo; al volgere del primo quarto del ventunesimo la loro scomparsa è un dato di fatto.
Magari ci vorrebbe un’opera che le rappresentasse di nuovo, in modo dignitoso e convincente, che ci ricordasse una volta per tutte la loro presenza ineliminabile dalla società e dal mondo. Sarebbe un’opera di cui avremmo bisogno. E azzardo a dire che sarebbe una vera Opera d’Arte.
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