
Non è certo un’esposizione enorme, quella che il Museo del corso ha organizzato con opere provenienti dalla Pinacoteca e la Kunstkammer del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Per dare un’idea me la sono visitata tre volte con calma senza che la mia schiena si mettesse a cantare la cabaletta di Manrico. Non molto grande, dicevo, ma per fortuna l’arte non si misura a peso. E qui di arte se ne vede. Capolavori che è un piacere incontrare o reincontrare dal vivo, accanto a spettacolari scoperte, almeno per chi scrive.
Come la “Giuditta con la testa di Oloferne” di Johann Liss. Per capirne la straordinarietà basta fare due passi nei corridoi di Palazzo Cipolla, fino ad arrivare a un altro capolavoro con lo stesso soggetto: la “Giuditta” del Veronese, precedente quello di Liss di una quarantina d’anni, quelli a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Quattro decenni che si vedono tutti.

Liss innanzi tutto ruota la sua inquadratura della scena ponendosi alle spalle della protagonista. Non sono un iconografo e meno che mai un esperto della resa in pittura della storia della risoluta vedova di Betulia, ma non ricordo di aver mai visto un’impostazione di questo tipo. Che è il preludio a sorprendenti scoperte.
In questa ripresa ravvicinata il busto di Oloferne si abbatte in avanti e crea una profondità prospettica che Giuditta ripercorre in senso inverso mentre si protende verso la cesta retta da Abra, l’ancella, in un gesto che le scopre le spalle, sode e allo stesso tempo morbide più dei panneggi che la avvolgono in un andamento a spirale che le agita la figura e che è il primo figlio del Barocco.
Più composta l’eroina del Caliari, a cui il truculento gesto non scompone l’acconciatura e neppure sposta la preziosa armilla che le stringe il bicipite sinistro. Solo un bottone della bordura si è staccato dalla camicia e le scopre appena l’omero. Il delitto, di cui regge tra le mani la prova, non sembra aver lasciato tracce se non nello sguardo, che è un enigma nascosto in un mistero. A prima vista sembra che fissi la sua ancella, ma a guardare meglio si vede che il suo sguardo è perso nel vuoto, quasi a cercare un’autorità per giustificare e la forza per sostenere il gesto appena compiuto.
Di tutt’altra stamina la reazione della Giuditta di Liss. Come sua sorella maggiore, anche lei è colta nell’istante in cui l’apice della vicenda, lo sgozzamento dell’assiro, è già avvenuto; ma qui l’atteggiamento dell’eroina non potrebbe essere più diverso. Prima di tutto perché il suo sguardo, con un gesto che più barocco non si può, infrange la quarta parete e chiama ciascuna delle decine di migliaia di persone che l’hanno incrociato a entrare materialmente nello spazio finzionale del dipinto, rigorosamente separato da quello dello spettatore nella resa ancora classica del Caliari; e poi perché l’esortazione è condotta con un’espressione ammiccante che sostituisce lo sconcerto della Giuditta del Veronese con una sorta di languore in cui si rilevano tracce di un ambiguo piacere sadico, che la fanciulla pare invitarci a darle modo di riprovare, in un amplesso mortale della cui estatica gradevolezza ci parla con una sensualità che è lì lì per convincerci.