
Quando si dice la sfiga. Uno arriva a Cagnes-sur-mer a caccia di luce e paesaggi che sembrano quadri e invece trova ad aspettarlo una giornata velata da nuvole che fanno da soft-box (attrezzo, si sa, odiatissimo dagli impressionisti) spandendo la luce in campiture che sanno più della illuminazione metafisica Piero della Francesca che della vibratile mobilità della pennellata del “pittore della gioia”. Ma i tempi delle produzioni televisive odierne non possono certo mettersi a disposizione delle ubbie della meteorologia. Quindi, dopo aver magnificato per un paio di volte “in absentia” la luce dei luoghi in cui Renoir aveva vissuto l’ultima parte della sua vita, il telegenico Jacopo Veneziani se la cava dicendo che “la primavera quest’anno è un po’ in ritardo” ma è possibile comunque immaginare l’incandescenza della luce che aveva stregato il limosino. Al giovane presentatore del resto non manca la tenuta scenica, costruita su una gestualità che non può che dichiarare i suoi debiti con quella di Alberto Angela e dispiegata da una regia che indulge al montaggio rapido, il cui Veneziani appare tra le colonnine di una ringhiera o sbuca tutto vispo dallo stipite di una porta, inquadrato in una finestra o riflesso in uno specchio. Una ventata “pop” che può piacere e che evidentemente è stata valutata come la bottiglia di acqua di Barenton, in grado di svecchiare il logoro ed esausto pubblico della rimasuglia culturale prodotta dalla TV di stato.
Ovviamente, dato che io sono nell’età della vita in cui si danno buoni consigli per consolarsi di non poter dare cattivi esempi, devo ammettere che le lusinghe del Veneziani mi lasciano tiepido il precordio. Il che forse è un bene, dato che mi sono potuto concentrare sul contenuto della puntata. Che mi ha soddisfatto fino ad un certo punto, lo ammetto. Fatta la tara dei racconti sulla vita di Renoir, il confronto con le sue opere si riduce a ben poca cosa, molto spesso nutrita con la facile beva del luogo comune.
Senza contare di una retorica abbastanza antipatica per cui l’autore di cui si parla deve per forza avere qualcosa che lo distingue da tutto ciò che è venuto prima, un vero e proprio parto della mente di Giove per cui la storia, dell’arte in questo caso, conosce con la sua nascita una vera e propria svolta ortogonale. E la tesi viene sostenuta in modo abbastanza surrettizio, mi viene da dire. Confrontare i quadri di Renoir con quelli di Jean-Léon Gérôme può dare l’impressione di un Renoir (o in genere degli impressionisti) come uno di quei cicloni che nascono apparentemente dal nulla e travolgono nei suoi vortici tutto il repertorio del periodo. Se, invece, avessimo confrontato le sue tele con quelle della scuola di Barbizon, di Gustave Courbet e dello stesso Delacroix, la storia sarebbe tutta diversa. Senza contare che trascuriamo totalmente il confronto con i Macchiaioli; ma in questo modo ricordiamo che il XIX secolo è quello in cui la sanzione della perdita del primato del belpaese si traduce in un senso di esterofilia di cui soffriamo anche oggi.
E non poteva mancare la domanda teleotecnologica su ciò che i Grandi del passato avrebbero potuto realizzare se fossero stati dotati dei mezzi dei loro tris nipoti. Cosa avrebbe combinato Michelangelo se avesse avuto a disposizione i tubetti dei colori ad olio? Domande del genere ancora oggi non provocano evidentemente l’imbarazzo che dovrebbero.
Ultima nota: un refuso dovuto probabilmente ad un errore di montaggio: alla fine di parla di Renoir scultore facendo riferimento ad opere non presentate. Un peccato veniale, che la dice abbastanza lunga sui tempi in cui queste trasmissioni sono realizzate.
Insomma, se il leone di vede dall’unghia, questa puntata non è un gran rappresentante di un progetto dal quale era lecito aspettarsi di più. In rete ho sentito paragoni di questo format con quelli di Daverio, di cui si sente il bisogno di qualcuno che raccolga il testimone per continuare la sua corsa nel terzo millennio, vale a dire tenendo conto delle modalità di fruizione al tempo dei social. Non so dire se questo traguardo sia raggiungibile; di certo non è questa la trasmissione che ne taglia la fettuccia: Daverio si scriveva dei testi a volte labirintici fino all’incomprensibile, ma aveva la capacità di connettere cose tra loro lontanissime (ricordate la puntata sul genius loci veneto? Una epifania) aprendo percorsi e stimolando riflessioni. Qui siamo al livello di ciò che possiamo ascoltare in una visita guidata in un museo. E io non le seguo mai. Come dissi una volta ad una guida: preferisco non capire da solo, piuttosto che sentire da lei quello che devo capire.