Ognuno di noi, che lo voglia o no, ha un suo criterio estetico. E di tale criterio fanno inevitabilmente parte le proprietà che un oggetto deve avere per attirare il nostro interesse e innescare il “libero gioco delle [nostre] facoltà”. La “sensazione” che questo gioco produce in noi costituisce quella che per brevità viene chiamata “esperienza estetica”.

Mio padre, buonanima, ebanista intarsiatore che nonostante i ripetuti assalti non ha mai scavalcato il muro che lo separava dai territori dell’arte, aveva come criterio la “grandezza”. Nel senso fisico del termine: l’imponenza in un artefatto era una caratteristica che lo affascinava e catturava la sua attenzione. Che cosa poi succedesse alle sue facoltà non ricordo di averlo mai saputo, ma questa in fondo è un’altra storia.

Chissà però che cosa penserebbe di questa mania per l’immersività, per l’opera che deve sovrastare e circondare lo spettatore. So però che cosa ne penso io, e l’installazione “Diluvium”, monumentale fondale che Jean René (aka JR) ha piazzato nel cortile della Biblioteca Apostolica in Vaticano, rappresenta abbastanza compiutamente la mia opinione, nel senso che la argomenta, anche se sospetto che lo faccia involontariamente.

Ora, prima di definire questo grosso lenzuolo sfrangiato come opera di JR occorrerebbe sentire cosa ne pensa Gustave Doré, visto che si tratta di un taglia&cuci dell’acquaforte dedicata al diluvio universale nell’edizione della Bibbia da lui illustrata nel 1865. La mia analisi grafica ne evidenzia i prestiti.

Qualcuno ha anche tirato in ballo la Grande Onda di Hokusai, che a mio avviso non c’entra niente se non perché viene in mente a tutti visto che si tratta della rappresentazione di un’onda al momento più famosa in circolazione.

Ma questa iconografia d’accatto permette di entrare nel problema. Che un’opera richiami un’altra è un fatto normale. Non appena gettiamo lo sguardo su un’immagine nella nostra mente si attiva un reticolo di cui la Mnemosine di Aby Warburg può dare solo una vaghissima idea; solo che poi in questa ragnatela occorre orizzontarsi e tenere solo i fili che servono. E la notorietà può essere un criterio per assemblare un reality show, non per stabilire le connessioni adatte a un approccio critico.

Altrimenti in questo minestrone visuale la nostra capacità estetica non nuota ma annega, come le figure dell’incisione di Doré. E una volta inabissata nell’oceano dell’anything goes, con i polmoni pieni di rappresentazioni che non c’entrano niente con ciò che stiamo vedendo, questa facoltà ci mette un attimo a tramutarsi nel suo opposto, in un torpore “an-estetico” in cui ogni stimolo si spegne nella sensazione del già provato. Anestesia da cui uno degli espedienti più immediati per scuotere lo spettatore e rubargli un minimo di simulata attenzione è appunto la monumentalità.

Personalmente la tavola di Doré non mi fa impazzire, ma di certo racconta tutto quello che dice il copriponteggio di JR – e su questo torno tra poco – solo che lo fa nello spazio di una pagina. Una misura troppo piccola, una vocina troppo sottile per dare una smossa alle nostre torpide attitudini esperienziali.

Ma se le dimensioni sono un espediente fin troppo abusato, non è detto che in alcuni casi non vi si possa ricorrere con effetti artistici degni di interesse. Insomma prima di stigmatizzarne l’imponenza è il caso di interrogarsi sulle ragioni dell’opera di JR.

I comunicati stampa ci dicono che si tratta del “front artwork” della mostra “AQVA. Catastrofe e meraviglia”, che a sua volta è parte di un articolato progetto espositivo che nell’arco di cinque anni affronterà le minacce che mettono in pericolo il patrimonio bibliografico.

Probabilmente il primo rischio che tende a venire in mente è rappresentato dal fuoco. È questo il mezzo a cui ricorre il cieco Jorge per attuare il suo proposito di distruggere il fantomatico secondo libro della Poetica di Aristotele ed è lo stesso a cui Erostrato pensò per distruggere al Biblioteca di Alessandria nel colossale atto vandalico che ne consegnò al mondo la sciagurata fama.

Ma anche l’acqua i suoi danni li ha fatti: basti pensare al fango fiorentino che travolse scaffali e depositi esattamente sessant’anni fa. Una ricorrenza che da quel che pare è solo casuale; del resto stiamo comunque parlando di uno stato straniero. Ma quest’onda che si infrange contro i muri della Biblioteca Vaticana come in un pantagruelico bicchiere agitato da un gigante ci racconta davvero del pericolo che l’acqua rappresenta per la nostra cultura e la nostra civiltà, soprattutto quando l’innalzamento degli oceani e i monsoni mediterranei trasformeranno il cortile da parcheggio a piscina?

Può essere. A me dà l’impressione di un elemento imbrigliato, di una minaccia dominata, che l’allure da luna-park depotenzia più che amplificare. E in ogni caso c’è una dimensione teatrale che impone la cornice come elemento di ineliminabile confinamento e devitalizzazione.

Insomma l’elemento ludico è fin troppo conclamato per funzionare. A meno che le cose non siano più sottili e che il messaggio da decifrare sia proprio nel riferimento scelto da René. Quelle di Gustave Doré non sono onde qualsiasi: sono lo strumento di una punizione divina, quella per la malvagità dell’uomo. Si tratta quindi di un’acqua che è lì per condannare la hybris umana: e molto spesso il sapere – quello custodito dalle biblioteche – è stato fonte di orgoglio smisurato da parte dell’uomo, che si è servito dei libri come gradini di una immensa Torre di Babele con cui attentare alla gloria del Signore. Le cose in un certo qual modo stanno ancora così, ma a dire la verità mi pare che le quotazioni di quel tipo di conoscenze siano in calo. L’ultraterreno riscuote tutto sommato ben poco interesse, mentre è l’immanente il vero terreno di conquista. La morale potrebbe essere che come tanti Mida in sedicesimo gli uomini finiranno ingoiati dalla stessa materia di cui cercano di appropriarsi per dominare il mondo e gli altri. Magari dietro questa catastrofe prossima ventura c’è proprio quel divino che abbiamo cancellato dal nostro orizzonte e che usa materialissime punizioni per i nostri peccati materiali.

Ma allora la domanda che provocatoriamente ci potrebbe sorgere di fronte al mega poster fustellato di JR è: perché mai l’alluvione dovrebbe cominciare dal Vaticano? Vuoi vedere che JR è proprio un irriverente giacobino?

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