“Behind every window there’s a family or a human being, and you imagine, how did they live?”

La domanda con cui Michael Wolf commentò il suo progetto “Architecture Of Density”, dedicato al public housing della citta di Hong Kong, aveva già trovato da una quarantina di anni una risposta di grande forza evocativa nel progetto “P2 – Wohnzimmer eines Häuserblocks” di Sibylle Bergemann.

La serie della fotografa berlinese prende il nome da un complesso di case popolari prefabbricate in cemento pretensionato costruite all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso nel quartiere Lichtenberg, nella zona orientale di Berlino. A partire dal 1974 e lungo un arco di sette anni, la Bergemann bussò alle porte di dieci appartamenti di uno dei blocchi del complesso e ne riprese i soggiorni.

Il risultato è straordinario e, come capita nei progetti della fotografia tedesca del XX secolo, è incommensurabilmente superiore alla somme delle sue parti. Gli ambienti uguali come teche di una galleria – o se si vuole come diorami di un museo di scienze naturali – si susseguono uno dopo l’altro, totalmente deserti. Per citare Roberta Valtorta, gli abitanti sembrano “fuggiti dall’ambiente che essi stessi hanno costruito, migrati in un altrove che non ci è dato di vedere, forse morti”.

Ma, impressioni distopiche a parte, questa assenza è tutto fuorché una mancanza: anzi ci si rende conto che una ripresa delle stanze “in presentia” dei suoi abitanti ci avrebbe forse detto meno, sottraendo la nostra attenzione dai particolari dell’arredamento dai quali possiamo intuire il numero e l’età degli abitanti, leggere i loro gusti, osservare le loro scelte di vita, immaginare il loro carattere.

Sibylle Bergemann (1941-2010) si formò e sviluppò la sua carriera di fotografa di reportage e di moda fuori dall’influsso diretto della Scuola di Düsseldorf, ma in questo progetto è evidente l’approccio tipologico che scorreva tra carne e pelle dei fotografi tedeschi del secolo scorso. E nessuno lavoro più di questo dimostra come nel suo utopistico tentativo di organizzare il mondo, la tipologia visiva mitteleuropea si muove sul filo dell’equilibrio tra ciò che accomuna e ciò che divide, tra la necessità di organizzare il mondo e la contemplazione della sua irriducibile varietà.

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