L’uomo guarda sempre attraverso la propria ignoranza e la propria paura.

J. Berger

La rappresentazione di un animale porta sempre con sé il disegno di una soglia. Nella bestia più docile, nella creatura più mansueta, palpita un mondo senza universali e un tempo fatto di un eterno presente che hanno qualcosa di irriducibile al nostro sguardo. Un confine che possiamo cercare di forzare, colonizzando quell’universo sovrapposto al nostro, invasori di un popolo sottomesso e incompreso che cercano nel dominio di addolcire l’invidia per quella saggezza acquisita facendo scorpacciate di fichi dell’albero proibito ai nostri primi genitori.

D’altra parte, la coscienza – e il rispetto – di questa ineliminabile linea di demarcazione non impedisce né svilisce il rapporto tra uomo e animale; la forza di questa immagine straordinaria sta nell’aver catturato la vibrazione del dialogo tra i due interlocutori e allo stesso tempo aver reso palpabile il confine tra i territori che essi abitano. Lo si vede, questo muro fatto di un’aria più impraticabile del cemento; parte dal fondo e si estende verso di noi, ortogonale all’altra parete, quella che si solleva insieme all’otturatore della macchina fotografica.

Perché scattare una fotografia significa disegnare una soglia; anzi in casi come questa più di una. Tante quanti sono i mondi visibili e incomprensibili che l’inquadratura lascia intravedere.

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