Raymond Carver lo chiamava il “rumore umano”. Sono quegli stimoli psicofisici che si irradiano da ciascuno di noi e nei confronti dei quali la nostra percezione è, per ovvie ragioni, estremamente sensibile. Al punto che anche quando essi si ritrovano in misura limitata, come ad esempio in una fotografia, sono capaci di calamitare da subito il nostro interesse. Capita inevitabilmente anche in questa immagine di Ada Romito, dove il rumore umano non solo perde le sue qualità olfattive e acustiche, ma risulta menomato anche in quelle ottiche, dato che tanto l’uomo che sale le scale quanto la donna che esce dalla sinistra del fotogramma sono visibili solo parzialmente.

Nondimeno sono loro a dare il via alla nostra lettura; a differenza però di quanto accade di solito qui le figure umane sembrano attirare la nostra attenzione solo per svanire davanti ai nostri occhi, inghiottite in un meccanismo geometrico implacabile costruito sulla ossessiva ripetizione di diagonali che si incrociano in una foresta di triangoli. Anche la scritta parziale “l’ango” sul fondo sembra – oltre che programmatica etichetta dell’immagine nel suo complesso – star lì per spingere l’uomo verso il suo ruolo puramente geometrico di lato del triangolo che divide in due la freccia costruita dalla confluenza delle rampe, a loro volta vibranti in una reiterazione eidetica del motivo triangolare nella zigrinatura dei gradini. Sospinta da questi due triangoli sovrapposti, l’immagine è plasmata dalla sensazione di una inesorabile spinta verso destra, che sembra iniettare un’energia continua e sorda nel fotogramma.

Il tutto immerso nel bianco e nero muscolare e contrastato tipico di Romito, che immerge la scena in un’aura di platonismo distopico che imbriglia persino i tag, riflessi e gli elementi vegetali, e in cui l’elemento più umano finisce per essere la scritta in basso a destra, messa lì ad evocare un mondo di corpi irripetibili, ciascuno irriducibile nel rumore della sua curvilinea unicità.

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