Simbologia di un percorso analitico.
A sinistra le porte oscure dell’ombra e dei sogni, a destra le finestre luminose sul mondo godibile, in mezzo le posizioni illuminate, ed equidistanti, da cui osserviamo le une e le altre. Il traguardo è laggiù, là dietro, chissà.
S. Castellani.

Da un lato un “messaggio senza codice” come sostiene una delle intuizioni meno felici di Roland Barthes1; dall’altro una disciplina che con il significato ha da sempre avuto rapporti problematici, se è vero che lo stesso Umberto Eco riconosceva che essa rappresenta “uno dei settori in cui la semiologia si trova maggiormente sfidata dalla realtà su cui cerca di far presa”2. Insomma la combinazione tra fotografia e architettura rischia di porre davanti ai nostri occhi nient’altro che un’esperienza purovisibilista.

Eppure la breve descrizione di Stefano Castellani dà voce con una leggera sfumatura di understatement all’insopprimibile istinto simbolico con cui l’uomo osserva il mondo che lo circonda e traccia con semplice efficacia una delle possibili rotte alla ricerca del senso di immagini di questo tipo.

Queste righe aggiungono solo che la maggiore frequenza con cui le macchie di luce si susseguono rispetto alle zone d’ombra conferisce peso prevalente alla componente luminosa rispetto a quella oscura. Così come il maggior peso che la parte destra riceve dalla distribuzione degli elementi (da destra arriva la luce, verso destra curva il camminamento) suggerisce alle abitudini di lettura occidentali uno sviluppo in positivo della dialettica luce/ombra intorno a cui l’immagine si incardina.

Nella sollecitazione timica che questa immagine pone a chi la guarda – sottile, è vero, ma dovremo pure fare esercizio di sensibilità ai dettagli, di tanto in tanto – emerge una nuance euforica che delicatamente induce un rapporto emotivo positivo con lo spectator.

Resterebbe da argomentare e capire se una interpretazione del genere sia da ascrivere alla fotografia e al suo codice o all’architettura e al suo significato. In attesa di approfondimenti, immagine e didascalia ci regalano intuizioni di cui converrà ricordarsi quando ci capiterà di guardare ancora architettura in posa.

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  1. “Il messaggio fotografico”, in L’ovvio e l’ottuso, Einaudi, Torino, pag. 7[]
  2. U. Eco, La Struttura Assente, Bompiani. Milano, 1987, pag. 191[]

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