Il sito parla chiaro: la mostra di Jack Vettriano allinea sulle pareti di Palazzo Velli Expo a Trastevere, qui a Roma, ottanta immagini di cui una decina di oli. Il resto? Una dozzina di ritratti fotografici dello stesso Vettriano, opera di Francesco Guidicini, e una sessantina “opere su carta museale a tiratura unica e certificata realizzate appositamente per la mostra”. L’espressione è piuttosto ambigua a proposito della tiratura unica – due o tre portano numerazione e tiratura, oltre alla firma dello stesso Vettriano. Insomma si tratta di stampe giclée fotolitografiche.

È un problema? No, anzi. La circostanza rende l’esposizione una perfetta ipostasi dell’esperienza visiva di questi tempi. Abituati alla liscia superficie dei nostri smartphone non facciamo più caso a quei pochi millimetri che una tela dipinta ad olio aggetta nello spazio di fronte a sé. Vettriano è un pittore capace di una pennellata materica e tridimensionale, addomesticata dalla forte impostazione fotografica delle sue immagini. Si tratta di una caratteristica, forse la più interessante della sua sintassi pittorica, di quelle che ormai tendono a scivolare inosservate, visto che le immagini che osserviamo sono per lo più nominalmente piatte.

Ma il confronto della resa delle pennellate tra le pur ottime “opere su carta museale” e gli originali – non certo i suoi capolavori – la dice lunga sulla tridimensionalità cangiante dei suoi colpi di colore, che solo nelle opere ad olio si può ammirare appieno nei dialoghi che riesce a intrecciate con le luci dell’ambiente. Chissà quanti tra i visitatori impegnati per lo più a fotografare i quadri si sono accorti di questa differenza.

Ma la soppressione della superficie originaria dell’immagine in forza della sua sostituzione con un supporto che ne mortifica la tessitura segna a suo modo un interessante contrappasso per l’opera di Vettriano che, anche dal punto di vista del contenuto, si potrebbe definire un autore di superficie. Il suo è uno stile di immediata leggibilità, che costruisce con consumata sprezzatura fascinose ed estetizzanti atmosfere cinematografiche da High Society anni ‘40, in sequenze che adottano un approccio modulare quasi implacabile: i dancers sulle battigie umide che maramaldeggiano cameriere e maggiordomi, i picnic sulla spiaggia, le coppie che si scrutano sui dehors o nelle fumose atmosfere delle camere d’albergo, le donne che la solitudine del controluce non sorprende mai in debito di eleganza. Più che persone sembrano personaggi in cerca di interpreti, le cui pose si succedono come estenuate variazioni di un tema parziale, irrisolto, che racconta di una vita in cui manca l’infanzia e la vecchiaia, la bruttezza e la povertà. E, nonostante ciò, una esistenza triste, chiusa, opaca ed nella sua tutto sommato inutile eleganza.

Insomma tutto ciò che in arte serve per piacere, oggi come oggi.

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