
In Italia, altrove non so, la fotografia ha dichiarato guerra alla bellezza. E l’insospettabile manganellatore dell’estetizzazione dell’artefatto fotografico è nientedimeno che la bontà. Dai tempi del sin troppo ripetuto aneddoto del primo incontro tra Mulas e Berengo Gardin, l’inconsulta pronuncia dell’espressione “bella fotografia” è diventato l’istantaneo preludio ad una morsicata di lingua e a un’inarcata sopraciliare degli ascoltatori.
Partendo da qui la domanda è inevitabile: come posizionare Robert Mapplethorpe in questo universo di “brutti ma buoni” che è diventata la fotografia, secondo la vulgata italica? “Le Forme della Bellezza”, il titolo della recente mostra a lui dedicata a Roma, parla chiaro. Qui si passeggia immersi nel bello, presentato in assetti formali che sembrano l’ipostasi delle ragioni che Robert Adams argomentava suo saggio “La bellezza in fotografia”.
E che Mapplethorpe avesse verso la bellezza un occhio da rabdomante lo vediamo negli esemplari ritratti di una giovane Patti Smith, dove una dolcezza tutta femminile viene quasi magicamente evocata nei tratti androgini della cantautrice americana.
Tra l’altro egli stesso era un bell’uomo (chissà se i fotografi di casa nostra a questo punto storcerebbero il naso, preferendo chiamarlo un “buon uomo”) e i suoi autoritratti in apertura si accordano perfettamente con le armonie di corpi e fiori allineati, fino ai primi giorni di ottobre del 2026, sulle pareti dell’area espositiva dell’Ara Pacis. Soggetti di per sé già belli, esaltati nella loro avvenenza al punto di diventare impermeabili al tocco di ironia che qua e là interviene a increspare la perfetta sintassi delle immagini.
Personalmente, non me ne vogliano i paladini della “bontà fotografica”, non trovo niente di male nel rincorrere la bellezza, nello scovare l’armonia del mondo e fissarla in un’immagine: in questo caso, però, questa dose massiccia di splendore e fascino mi spinge a farmi domande. E qualche spunto lo trovo non nelle stampe, ma nelle didascalie, dove scopro che la quasi totalità degli scatti risale agli anni Ottanta del secolo scorso. Qualcuno in vena di espressioni dimenticate li ricorderà come gli “Anni del Riflusso”, quelli in cui il ruolo propulsivo dell’opinione pubblica nella determinazione delle scelte politiche perdeva la sua energia infrangendosi nelle secche della deboscia portata dal benessere diffuso, cullata dall’idea che si poteva finalmente rilassare e chiudere il secolo breve passando dai cortei agli spritz.
Sul piano del gusto questo ingresso trionfale e catastrofico nel postmoderno portò all’espulsione dall’orizzonte estetico del brutto, del deforme, del problematico, in una parola di tutto quello che la Teoria Estetica adorniana aveva messo nel mirino dell’arte. E infatti, guardando queste splendide immagini la domanda pertinente è: dove mai sarà finita, la bruttezza? Troppo facile dire che quella è dappertutto intorno a noi; se l’arte – ammesso che la fotografia lo sia – vuole essere più di un momento ricreativo e diventare uno strumento per dare un senso a noi stessi e al mondo in cui viviamo, non può eludere quanto nel mondo e in noi stessi c’è di spiacevole e perverso.
Le fotografie di Mapplethorpe, almeno quelle che si vedono in mostra, sono a pieno titolo inscritte in questo periodo discendente della civiltà occidentale. Chissà se avranno la forza di sopravvivere alle vicende di cui sono sintomo. Ancora un paio di centinaia di anni e lo sapremo.
Tornando all’oggi resta da parlare dei ritratti di personaggi famosi, dove l’avvenenza – quando è poca; cito a memoria Leo Castella e Truman Capote – è surrogata dalla fama e dall’autorevolezza. Restano comunque i fotogrammi più interessanti della serie, anche se personalmente non riesco a non adorare gli stupendi “Flowers”.
In conclusione due righe sulle fotografie scattate in Italia, che mi paiono poco più di una strizzata d’occhio all’irriducibile provincialismo di casa nostra, ancora abituato ad attribuire un valore specifico a ciò che lo riguarda. Sopravvive in esse la capacità di scolpire le immagini in una stupefacente, plastica tridimensionalità (il dittico sui faraglioni di Capri è da enciclopedia), ma la levigata sensibilità yankee alla bellezza, e l’idiosincrasia per ciò che è di per se stesso patinato, tende un po’ a piallare le specificità del genius loci.
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