Ogni porta allude ad un passaggio, lo prefigura e ne definisce le modalità. In fin dei conti ogni religione fa esattamente la stessa cosa. Deve essere per questo che, se non altro nel cristianesimo, la porta attrae su di sé un groviglio quasi inestricabile di significati simbolici. Soprattutto se si tratta della porta di un tempio, edificio a sua volta assimilato ad una soglia, quella attraverso cui il divino transita verso l’umano e lo istruisce su come intraprendere il viaggio inverso.

E basta poco perché il portone di una qualsiasi chiesa resti impigliato in questa foresta di allegorie. Ad esempio la porta della chiesa del Monastero di San Giacobbe Salvatore a Rostov che fa da fondale a questa arguta fotografia di Dmitry Markov ha qualcosa a che fare con la Porta Orientalis del Tempio che appare a Ezechiele nella visione di cui si legge nel quarantesimo capitolo del libro biblico che porta il suo nome; ce lo suggerisce l’impalcatura che, mentre scandisce geometricamente il fotogramma ricorda con i suoi ponteggi la canna di “sei cubiti, ciascuno di un cubito e un palmo” che il geometra mistico usa per misurare gli ambienti del Tempio al cospetto del Profeta. Una porta destinata a rimanere chiusa dopo il passaggio del Divino fino a che la Vergine – che Bonaventura di Bagnoregio chiamava appunto Porta Orientalis – la rischiuse offrendo il suo ventre all’incarnazione del Cristo.

Qui la ritroviamo socchiusa, in una configurazione che ci impedisce di vedere l’interno e che ci spinge a immaginare ciò che vi accade sulla base della doppia fila di anime che vi arriva e se ne allontana, secondo una direzione contraria all’andamento che le abitudini di lettura occidentali rendono più fluido alla nostra percezione; da qui l’impressione di una forza che attira chi entra, sospinge chi esce e, per estensione, agisce su chi si trova all’interno.

Sulla natura di questa azione si possono solo fare ipotesi, che dicono forse più su chi le formula che sulla realtà che la foto documenta: uno spirito anticlericale vi potrebbe leggere la fuga verso il Secolo di chi sente la sua fede consumarsi dentro una istituzione ominosa e penitenziale; chi si preoccupa della secolarizzazione dei nostri tempi la vede come una impertinente allusione alla crisi delle vocazioni, che svuotano i conventi e riempiono le discoteche; un’indole più fiduciosa verso il potere di liberazione e redenzione della Chiesa magari vi scorge l’allegorica restituzione della pienezza della vita agli spiriti spenti e grigi che vivono nel mondo.

Resta in ogni caso la sensazione della presenza di una energia che opera dietro le ante semichiuse; e noi che ci troviamo ai piedi della scala, come il profeta che porta lo stesso nome del dedicatario della Chiesa – altra coincidenza che avrebbe ingolosito un esegeta medievale – potremmo ripetere con lui: “terribilis est locus iste”.

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