Escludere il viso dalla rappresentazione della figura umana condiziona inevitabilmente le reazioni percettive e psicologiche di chi guarda. Il corpo tende ad essere visto nella sua dimensione più oggettiva, come composizione e integrazione di forme. Un processo di oggettivazione che questa foto accompagna con il contrasto tra l’ombra e la luce che investe il pieno il soggetto scolpendolo quasi come una figura classica.

A prima vista è il gioco di forme il protagonista dello scatto. La figura riempie tutta la scena formando una trapezio confinato per la maggior parte nei due terzi a sinistra della foto. La linea dei due terzi verticali tocca il gomito sinistra. La verticale del primo terzo passa per le due rotule. L’orizzontale del terzo inferiore passa per il piede destro. L’ombra della porta attraversa il braccio destro dalla scapola al gomito. A sua volta il braccio sinistro, in piena luce, proietta la sua ombra sulla coscia sinistra e la caviglia e il tallone destri. La gamba sinistra piegata forma un triangolo d’ombra che dialoga con quello proiettato dalla testa sulla spalla destra.

Ma per quanto incisiva sia la luce del sole di Santa Monica, Weston non le lascia la possibilità di nascondere nel bagliore anche il minimo particolare della corpo della donna: le morbidezze delle sue cosce, la leggera e incolta peluria sulle gambe, l’acconciatura dei capelli e la loro stessa corposità, il rilievo delle vene sul piede sinistro – davvero reso come quello di una scultura attica – ma nello stesso tempo così inconfondibilmente unico. Ed è proprio questa la differenza tra questa foto e la resa del corpo in una statua classica: questa nell’apologia o nel mito, è alla ricerca di un universale; quella ci pone, in un perfetto esercizio di stile, al cospetto proprio di quella donna lì, di Charis Wilson. Anche chi non l’avrà mai guardata negli occhi potrà dire, dopo aver visto questa foto, di averla conosciuta.

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