Al famoso aforisma di Benedetto Croce – L’arte è ciò che ciascuno sa che cosa sia – il filosofo William Kennick aggiunse qualche decennio dopo una provocatoria postilla: l’arte è ciò che ciascuno sa che cosa sia fino al momento in cui non gli venga chiesto di spiegarlo.


Ed ha ragione; per dirla con Leibniz, l’arte è un concetto chiaro e confuso, come molti di quelli a cavallo tra percezione e riflessione, sensibilità ed intelletto. Ed è interessante come si tratti di un concetto totalmente immanente all’essere umano. Niente eternità, niente esseri trascendenti: pura umanità, che evidentemente ha più cose in sé di quanto ne contenga tutta la tua scienza, o Orazio

Ora, con l’indeterminatezza sulla definizione di cosa sia l’arte possono tranquillamente convivere tutti quelli a cui l’arte semplicemente non interessa. E anche quelli, e sono tanti, che la trattano come la “domenica della vita”, che vanno a mostre e concerti per rilassarsi, distrarsi, darsi un tono. Ma coloro che si interessano sul serio all’arte e ai suoi meccanismi, e a maggior ragione quelli che per mestiere guardano, valutano, curano, scelgono opere d’arte o presunte tali, una idea su cosa sia per loro l’arte se la devono esser fatta. E dovrebbero anche essere in grado di metterne a punto una versione comunicabile.

Ovviamente non dico che per fare il critico o il conoscitore di debba necessariamente pervenire ad una definizione universale di arte; la questione è troppo complessa e probabilmente di impossibile determinazione. Sto parlando di una idea personale di arte, quella che permette di decidere se per noi quel un manufatto sia un’opera o una ciofeca. Ovviamente il gusto personale non è una risposta valida, dato che spalanca il portone verso un relativismo estetico che è l’anticamera della solitudine.
Chi si accinge a dire la sua sull’arte e sugli artisti dovrebbe, sempre secondo me, dichiarare prima quale sia questo suo criterio, in modo da permettere a chi ascolta di verificare se il giudizio critico regge o meno al crivello che il critico si è dato.

Nel podcast ArteFatti, scritto e presentato dal pro-pro-nipote del Conte Ugolino e da Francesco Bonami (per chi non lo conoscesse un critico e curatore tra i più influenti nel nostro paese) questa declaratoria non si ascolta. E solo raramente qualche giudizio lascia trasparire una motivazione strutturata da un criterio stabile, ancorché individuale. Non escludo che tale criterio ci sia; ma non si percepisce.
A questo punto i siparietti tra i due protagonisti si perdono nelle paludi dell’idiosincrasia, il grande artista e il ciarlatano, l’opera epifanica e la ruffianata sono indicate senza che si capisca su cosa questo giudizi sono fondati.

Ciò detto, ho ascoltato con divertimento ed interesse decrescenti le venti puntate delle due stagioni della serie. Disattese quasi subito le speranze di una visita guidata formativa nel mondo dell’arte contemporanea, mi sono accontentato delle storie e delle citazioni dei movimenti e delle opere: insomma un’ennesima storia – o per meglio dire cronaca – dell’arte contemporanea che racconta i fatti e non ne spiega le cause. Trovavo apprezzabile il giusto equilibrio di serietà e cazzeggio che però nel corso della seconda stagione ha deviato verso il secondo con concessioni al cattivo gusto che nel complesso mi sono sembrate gratuite.
Segnalo a chi volesse ascoltare qualche puntata che al podcast si accompagna una pagina Instagram dove si possono vedere riproduzioni delle opere e leggere i testi delle descrizioni, epurati dai cazzeggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *