Che cos’è un’immagine? Se fossimo disposti ad accontentarci di definizioni poco sofisticate, potremmo dire si tratta un oggetto che ci fa “immaginare” altri oggetti1. Nella sua indifendibile approssimazione questa definizione ha almeno il merito di suggerire che, essendo le immagini a loro volta oggetti, esse possono in linea di principio riferirsi anche ad altre immagini. Detto in altri termini, le immagini tessono con il mondo reti di relazioni che non le escludono.

Nessuna sorpresa, del resto: dopo secoli di cultura visuale è ormai quasi impossibile che una nuova raffigurazione non entri in dialogo con altre che l’hanno preceduta. Anzi, ciò che a volte capita è che questa conversazione sembra esaurire totalmente le possibilità referenziali di un’immagine, e la rende incapace di accedere alla realtà che si estende oltre quel bozzolo visivo che stiamo imparando a chiamare “iconosfera”.

Ma trascuriamo gli scenari più distopici e soffermiamoci sulla metafora della “conversazione visuale”. Quella del bue macellato, in cui si inserisce la fotografia di Angelo Raffaele Turetta, dura ormai da più di quattro secoli2 ed ha probabilmente il suo punto apicale nel potentissimo De Geslachte Os di Rembrandt Van Rijn.

Più degli innumerevoli e ricchissimi significati letterali e simbolici del soggetto, ciò che qui mi interessa è riflettere su come una nuova immagine che lo riprende finisca per misurare gran parte del suo valore proprio nel contributo che riesce a dare al dialogo intessuto da autori che vanno da Carracci a Bacon, da Beuckelaer a Hirst, da Passarotti a Kounellis. E gli argomenti di Turetta sono estremamente convincenti, abilmente posizionati come sono tra citazione e contributo inedito. Riprendere la carcassa alla luce dell’incandescenza prospettica dei neon costruisce un contesto che è al contempo desolatamente postindustriale e classicamente albertiano, e che proprio nei dispositivi che impiantano la scatola prospettica trova la sua proiezione nel presente. Così come la luce incisa, che prende il posto del “lume di notte” dei riferimenti seicenteschi, dell’artificio retorico barocco conserva l’incapacità di strappare alle tenebre gli angoli della scena. Organizzazione del fotogramma, distribuzione delle luci, contrasti tonali; in ognuna delle dimensioni che caratterizzano la scrittura fotografica sembra innestarsi una sorta di restituzione in termini contemporanei di modi che hanno una storia lunga e qui non dimenticata.

Così come eterna e continuamente ripetuta è lei, la carcassa, disperata e fertile, eterna ed effimera, testimone di violenza e serbatoio di vita, in cui i neri pastosi e profondi che, come spesso capita in Turetta, assumono l’aspetto di tratti dati a carboncino grasso, ci raccontano ancora una volta il doloroso rapporto dell’ambiente con l’ingombrante ed implacabile ospite che lo colonizza e lo sottomette.

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  1. Una definizione appena più rigorosa la considera un oggetto – naturale o artificiale, fisico o mentale – che presentandosi alla nostra visione – interiore o esterna – richiama alla mente uno o più oggetti diversi, non coincidenti con quello in visione e non di rado assenti alla nostra percezione. Nonostante l’assetto cervellotico, la definizione è tutt’altro che completa. Ad esempio niente viene detto sulla natura, le condizioni e gli effetti del “richiamo alla mente”. Per una introduzione al tema può essere utile consultare A. Pinotti, il Primo Libro di Teoria dell’immagine, Einaudi 2024[]
  2. Una galleria, sia pur parziale e con un errore che penalizza proprio l’esemplare più rappresentativo di questa iconografia: il Bue Macellato di Rembrandt Van Rijn, si trova in “M. Santoro, Carne da macello: rivisitazione di un topos figurativo”, “La Rivista di Engramma” n. 118, luglio/agosto 2014, pp. 7-21.[]

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