Se davvero le immagini hanno un potere occorrerebbe interrogarsi su quale esso possa mai essere, visto che per il secondo anno consecutivo la giuria fotografica più famosa del mondo ha incoronato uno scatto che testimonia il perpetuarsi di un massacro che sembra insensibile a tutte le immagini che può generare.

A suo tempo ho scritto delle perplessità che mi ha suscitato la fotografia di Mohammed Salem, quella che fu battezzata la “Pietà di Gaza”; le stesse perplessità le provo di fronte a questa nuova  immagine. 

Ma più che parlare del rischio di devitalizzazione del messaggio a causa di una estetizzazione che ormai non risparmia nemmeno i dolori più acuti, questa volta potrei partire da una reazione di un utente della rete, ripresa da un sito su cui questa immagine è stata analizzata 1. Alla fine dell’articolo l’autrice loda il parallelo che un suo contatto ha operato tra il ritratto del piccolo Mahmoud e la Venere di Milo.

Personalmente anche al lordo di tutti i distinguo da salotto bene che l’articolo riporta, trovo l’accostamento aberrante al punto che non credo valga la pena di commentarlo. 

Ma ciò che mi interessa è la furia iconologica che questo parallelo sottende: ormai le immagini, anche quelle fotografiche, sembrano aver perso qualsiasi riferimento alla realtà; i referenti sono altre immagini in una rete di rimandi continui che paiono incapaci di bucare le iconosfere nelle quali ormai viviamo imbozzolati e che sembra veramente essere diventata la realtà più solida che riusciamo a percepire.

Magari sarà per questo che le foto – anche quelle del reportage più crudo – finiscono per replicare cose già viste e per depotenziare l’impatto delle situazioni più tragiche; forse non c’è altro modo per penetrare il carapace visuale che ci è cresciuto attorno. Ma lo scopo della vera fotografia documentaria dovrebbe essere quello di sfondare le corazze e non di restare a sua volta impigliata in una rete di immagini di repertorio.

E non credo che queste immagini abbiano questo potere.

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  1. devo la segnalazione a Ivano Ancinelli, che ringrazio[]

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